9 dicembre 2014

Il colore delle foglie d'autunno: chiome tinte, alberi snob e insetti voraci

La natura non difetta certo di fantasia: basti pensare a quante forme e colori diversi hanno i fiori e i frutti. Eppure le foglie, tranne in pochi casi, sono sempre dello stesso colore: verdi – perché verde è la clorofilla, una molecola molto abbondante nelle foglie e fondamentale per la loro funzione.

La clorofilla deve proprio aver avuto un buon motivo per scegliere questo colore, visto che non ha mai pensato di cambiarlo, nonostante abbia avuto miliardi di anni di evoluzione a disposizione. Quale sia questo motivo, tuttavia, non è chiaro.


Fatto sta che la clorofilla è verde, e indispensabile: l’intero mondo vegetale non può fare a meno di usarla per imbottirci le proprie foglie. Le piante, pertanto, devono rassegnarsi a sfoggiare perennemente – a dispetto delle mode, dei gusti e anche del generale senso della decenza – una chioma sfacciatamente verde.

La clorofilla funziona esattamente come un pannello solare, intercettando la luce del sole e convertendola in una forma di energia utilizzabile dalla pianta.
Da sola, però, la clorofilla non serve a niente: per funzionare, va collegata a una rete di complicati macchinari, fatti di proteine, che si occupano della trasformazione dell’energia.
Queste macchine proteiche – e le foglie in generale – sono piuttosto dispendiose: consumano uno sproposito di acqua e di energia, facendo salire la spesa per le bollette alle stelle.

Nella bella stagione questo non è un problema, perché l’energia ottenuta dal sistema è più che sufficiente a coprire le spese di produzione. D’autunno, invece, molte piante cominciano a farsi delle domande, soprattutto se si trovano a vivere in ambienti climaticamente difficili. Il sole sbiadito (o assente), il troppo freddo, l’aridità possono finire per trasformare le foglie in qualcosa di molto somigliante a un’azienda municipalizzata: un buco nero mangia-risorse.

Le piante più sensibili, che non se la sentono di licenziare le loro foglie, le tengono in funzione anche d’inverno, magari mettendole in cassa integrazione. Quelle più ciniche, invece, non appena vedono le giornate accorciarsi e gli affari contrarsi, chiudono le centrali di produzione energetica nelle foglie, e ne ordinano lo smantellamento.

Durante questa fase, molti dei materiali contenuti nelle foglie vengono recuperati e riciclati; altri, come la stessa clorofilla, sono abbandonati sul posto.
La clorofilla appartiene alla categoria dei rifiuti speciali, e va smaltita secondo una apposita procedura enzimatica. Quando arriva alla fine delle operazioni di detossificazione, ha ormai perso il suo caratteristico colore, ed è diventata trasparente.

La splendida chioma estiva si trasforma quindi gradualmente in un insieme di misere foglie, sempre più rinsecchite e sbiadite. Ma invece di scolorire nel grigio e poi nel bianco – come i capelli che si fanno vecchi – le foglie ingialliscono, mostrando qualcosa che prima era invisibile: i carotenoidi.
Questi pigmenti giallo-arancioni, che danno colore a molti frutti e ortaggi (tra cui le carote), sono presenti nelle foglie durante tutto l’anno, ma diventano visibili solo d’autunno, quando la fitta coltre di clorofilla si dirada.

Alcune piante però non si rassegnano così passivamente al proprio declino, e provano a nascondere i segni della stagione avanzata tingendosi le chiome di rosso. Per ottenere questo colore, si affidano a un’altra classe di molecole coloranti: gli antociani.

A differenza dei carotenoidi, che sono sempre presenti nelle foglie, gli antociani vengono prodotti solo durante l’autunno, proprio nel periodo di generale decadenza delle foglie. Perché sprecare risorse per fabbricare qualcosa destinato comunque, di lì a poco, a essere abbandonato?

La spiegazione più semplice è che gli antociani servano a prolungare la vita delle foglie giusto il tempo necessario a salvare il salvabile, cioè a recuperare i materiali utili rimasti. Senza clorofilla, infatti, le foglie sono più esposte ai danni provocati dai raggi solari, e anche il freddo può danneggiarle: gli antociani le proteggerebbero da entrambe le insidie.

L’autunno non è solo la stagione in cui muoiono le foglie. È anche il momento in cui alcuni voraci insetti, chiamati afidi, depongono le loro uova sugli alberi. Le uova si schiuderanno in primavera, liberando piccoli mostri che divoreranno le foglioline appena nate, rovinando alle piante infestate il buon umore primaverile.

Per combattere la pestilenza, servono sistemi di difesa complicati e costosi. Qualsiasi pianta con un po’ di sale in corteccia, investirebbe le sue risorse prima di tutto nella protezione dagli afidi, e solo dopo, potendoselo permettere, nella produzione di antociani.
Le piante dotate di una fiammante (e costosa) chioma rossa, sarebbero quindi allo stesso tempo le più ricche e le più protette, in grado di schiacciare (come un insetto) qualsiasi afide osi infiltrarsi tra le loro foglie.
La tintura rossa, secondo questa ipotesi, sarebbe un simbolo di prosperità, capace di dissuadere gli afidi dall’attaccare.
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Come farebbe biocomiche.it senza Danilo Battaglia??
Purtroppo, come spesso succede, la realtà non combacia con la teoria. Sembra infatti che gli afidi siano – per così dire – daltonici: cioè incapaci di distinguere il colore rosso.
Tanto sfoggio di lusso da parte della pianta sarebbe quindi inutile. O peggio, meschino: servirebbe solo a nascondere le foglie agli insetti.

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