6 settembre 2012

L'eritropoietina (EPO) alle olimpiadi: la lunga marcia del doping

Un globulo rosso assomiglia ad una spessa focaccina, un po' schiacciata al centro, che sembra fatta di plastilina rossa. D'altronde è forse più facile descriverlo come una di quelle cosette rossastre che fanno da sfondo a questo blog: a cosa somigli potete benissimo deciderlo voi.
Di globuli rossi nel sangue ne abbiamo un'esagerazione: migliaia di miliardi. Ciononostante, non ne abbiamo mai abbastanza. Chi ha ricevuto una trasfusione sanguigna e conosce l'euforica sensazione di benessere che si prova, sa di cosa stiamo parlando. La ragione è che i globuli rossi sono quelli che vanno a prendere l'ossigeno nei nostri polmoni e lo portano buoni buoni a tutte le altre cellule del nostro corpo1, che di ossigeno ne hanno bisogno come il pane (anche se di pane in realtà non ne hanno bisogno). Più globuli rossi, più ossigeno, più energia. No ossigeno, no party. Per questo chi soffre di anemia è spesso debole, fiacco, svogliato (ma ci sono anche quelli che hanno solo i sintomi, e non l'anemia).
Fino agli anni novanta l'unico trattamento per l'anemia (a parte mangiare carne di cavallo) erano le trasfusioni. Dopo però è venuta fuori la tanto discussa EPO o eritropoietina, cioè una proteina che aumenta la produzione (poiesi) di globuli rossi (detti anche eritrociti). Questo effetto dipende dalla capacità dell'EPO di dissuadere dal suicidio e di rendere più produttive le cellule da cui derivano i globuli rossi, dette precursori. Grazie a questa innovazione, adesso gli anemici possono spesso evitare le trasfusioni (ed i rischi associati) e ricevere invece qualche siringone di EPO.
L'ossigeno, però, è un po' come i soldi: fa gola a tanti (se non a tutti). Più ossigeno nel sangue significa più energia e più resistenza per i muscoli. Come resistere alla tentazione di procurarsi un po' di ossigeno in più? Salire le scale diventerebbe un piacere anche per Platinette e Giampiero Galeazzi potrebbe magari tornare a fare canottaggio (o forse no). Immaginate allora il vantaggio che può dare un po' di ossigeno in più a chi percorre duecento chilometri al giorno su una bicicletta, su e giù per delle montagne, per venti giorni di fila. Ebbene sì, si parla di ciclismo. E siccome questo sport ha una gloriosa storia di beveroni esplosivi che risale ai tempi di Coppi2, e ci sono amatori con pancia ragguardevole e figli sposati che per uscire in bici la domenica si dopano3, immaginate l'impatto dell'EPO sul mondo del ciclismo: come una botte di vino ad una riunione degli Alcolisti Anonimi.
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Il doping amatoriale può essere molto pericoloso...
Prima, come gli anemici, i ciclisti erano costretti ad utilizzare la cara vecchia trasfusione di sangue, meglio ancora una autotrasfusione: ti fai un prelievo, metti il sangue in frigo, aspetti che il tuo corpo rimpiazzi i globuli rossi mancanti, poi ti reinietti il sangue fresco fresco di frigorifero, e sai che sprint. Smascherare questo tipo di doping è molto difficile, a meno che qualcosa vada storto. Come è successo a Riccardo Riccò che nel febbraio 20114 finì in condizioni gravissime all'ospedale, e confessò agli increduli dottori di essersi iniettato sangue vecchio di settimane, salvo poi rimangiarsi la parola (il che non gli ha risparmiato una squalifica di dodici anni5).
L'EPO è una maniera molto più semplice e meno rischiosa di doparsi, e altrettando difficile da identificare. Infatti l'EPO non l'ha inventata nessuno: è una proteina presente nel nostro sangue normalmente in piccole quantità, la cui concentrazione aumenta in risposta a perdite di sangue o anemia. Distinguere l'EPO iniettata (sintetica) da quella umana sarebbe pressappoco come distinguere i capelli trapiantati da quelli autoctoni sulla testa di Berlusconi: estremamente difficile. Ma comunque possibile. Dopo essere stata prodotta dalle cellule come tutte le altre proteine, l'EPO viene estensivamente glicosilata, cioè modificata con una serie di appendici che potremmo paragonare a dei piercing. L'EPO sintetica viene prodotta da cellule di criceto coltivate in laboratorio, ed è molto simile a quella umana, ma non proprio identica, perché le cellule umane hanno preferenze in quanto a piercing un tantino diverse da quelle delle cellule di criceto. Grazie a queste piccole differenze e ad un sistema di analisi piuttosto complicato utilizzato nei laboratori antidoping, è possibile distinguere l'EPO umana da quella iniettata. Ciononostante, gli sportivi dopati spesso la fanno franca. L'EPO si può trovare nel sangue e nelle urine solo fino a qualche giorno dopo la somministrazione, ma l'effetto sui globuli rossi e sulle prestazioni dura molto più a lungo. Per questa ragione in prossimità delle gare importanti, quando sanno che verranno controllati, gli atleti dopati interrompono l'uso di EPO e risultano puliti.
Nel recente caso alle olimpiadi di Londra6, il marciatore Schwazer è riuscito a fare nello stesso tempo la figura del disonesto e del fesso, in quanto si è iniettato l'EPO giusto una settimana prima della gara, e sarebbe stato comunque scoperto se avesse fatto un buon risultato (tutti gli atleti medagliati vengono sottoposti ai test antidoping8). Questo potrebbe essere un segno che ha fatto tutto da solo, ingenuamente e per la prima volta, e che la sua straordinaria medaglia d'oro a Pechino 20087 fosse pulita. Certo è che l'articolo di allora su gazzetta.it, riletto adesso, fa una strana impressione.
La lotta contro il doping è anche una lotta per proteggere la salute degli sportivi. A parte i casi estremi come quello di Riccò, l'uso di EPO in soggetti sani porta alla produzione di talmente tanti globuli rossi che il sangue diventa denso come il miele e il rischio di infarto o ictus diventa elevato. L'Unione Ciclistica Internazionale imponeva agli atleti con ematocrito (percentuale di globuli rossi nel sangue) al di sopra del 50 per cento uno stop precauzionale di 15 giorni, ufficialmente per ragioni di salute9. Adesso il limite è calcolato per ogni singolo corridore sulla base di controlli effettuati nel corso di anni all'interno di un sistema chiamato passaporto biologico10. Questo metodo, che valuta il doping dagli effetti sui valori sanguigni oltre che dalla presenza di sostanze dopanti, ha dato buoni risultati nel ciclismo ed è stato implementato recentemente anche dalla IAAF11, l'ente internazionale di governo dell'atletica.

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