6 giugno 2013

Per non morire di malaria: l'acqua tonica, il chinino e l'anemia falciforme

[Leggi anche la prima parte di questo articolo sul plasmodio della malaria e sulla zanzara anofele.]

Con le sue sole forze a disposizione per combattere la malaria, il nostro organismo si trova spesso in grande difficoltà. Il sistema immunitario non riesce a liberarsi facilmente del parassita che causa la malattia (il plasmodio) e soprattutto non riesce a immunizzare l’organismo da un successivo attacco (come avviene di solito per le altre malattie).
Solo dopo numerose infezioni ripetute negli anni, il corpo riesce finalmente a organizzare un sistema di sorveglianza funzionante che non elimina il plasmodio ma riduce almeno la gravità dei sintomi e delle complicazioni della malaria. Per questo i bambini più piccoli, non ancora protetti, sono la categoria più a rischio e costituiscono la maggior parte delle vittime della malattia.

Ma un rimedio per la malaria esiste, conosciuto e utilizzato da almeno quattro secoli: è il chinino.
Il plasmodio della malaria passa gran parte della sua vita umana nascosto dentro le cellule più numerose nel nostro sangue, i globuli rossi.
Quando entra in un globulo rosso, il parassita viene preso da una fame patologica e inizia a mangiarsi tutto quello che trova, in particolare una proteina estremamente abbondante in queste cellule, l’emoglobina. In quanto proteina, questa è piuttosto nutriente ma ha al suo interno una parte dura e non commestibile, fatta di ferro e decisamente indigesta.

Man mano che mangia l’emoglobina, il plasmodio scarta coscienziosamente i rifiuti ferrosi, che saranno poi compattati per ridurne l’ingombro (stile ecoballe) e conservati dentro un saccone per la raccolta differenziata. Un comportamento un po’ psicotico, visto che poche ore dopo, quando il plasmodio uscirà dal globulo rosso, sventrandolo, non si preoccuperà di riciclare i rifiuti ferrosi ma li disperderà nel sangue, causando un notevole danno ambientale.
Il farmaco antimalarico chinino si mischia ai rifiuti ferrosi, impedendo al plasmodio di compattarli e di formare le ecoballe. Liberi di diffondersi nell’ambiente cellulare, i rifiuti esercitano tutta la loro tossicità, uccidendo il plasmodio.

[Curiosità. Il chinino ha un sapore estremamente amaro e viene utilizzato anche per aromatizzare bevande come il chinotto e l’acqua tonica. Quest’ultima era in origine un “tonico” usato per la cura delle febbri malariche e conteneva una quantità molto maggiore di chinino. I coloni inglesi in India, che dovevano bere acqua tonica per prevenire la malaria, la mischiavano spesso con il gin per mascherarne il terribile sapore. Così è nato il gin tonic].
Dunque, una cura per la malaria esiste. Ma se sei un bambino africano coperto fin dalla nascita di zanzare, la probabilità di morire prima di poter assaggiare un po’ dell’amaro chinino è piuttosto elevata. A meno che tu non abbia un meccanismo alternativo di resistenza alla malaria, cioè una specifica mutazione nel gene dell’emoglobina.

L’emoglobina con la mutazione antimalarica si comporta in maniera più o meno normale finché non incontra una situazione particolarmente stressante: in questo caso sviluppa una irresistibile tendenza ad aggregarsi, cioè a formare dei cristalli duri e allungati che irrigidiscono il globulo rosso che li contiene. Questi globuli rossi sotto stress sono bloccati in una caratteristica posizione che ricorda la forma di una falce (sono perciò falciformi). Quando arrivano alla milza in queste condizioni, i globuli rossi vengono immediatamente ritirati dalla circolazione e avviati alla rottamazione.

Ora: cosa c’è di più stressante che essere infestati da un parassita? Niente (chiunque abbia viaggiato ai tropici potrà confermarvelo). E infatti i globuli rossi infettati dai plasmodi si stressano tantissimo, prendono rapidamente la forma di falce e vengono subito eliminati (insieme ai parassiti che contengono) dal sistema immunitario - non perché infetti ma perché malformati. Questo impedisce ai plasmodi di duplicarsi con efficienza e di causare seri danni all’organismo. Per questo chi ha un’emoglobina mutata ha una probabilità molto bassa di morire di malaria.

Se uno però eredita due emoglobine mutate, una dal padre e una dalla madre, si trova nei guai. In queste persone, i globuli rossi sono a dir poco un disastro: rigidi, fragilissimi e costantemente a forma di falce, anche in condizioni normali (cioè in assenza di qualsiasi tipo di infezione). Ciò provoca una notevole anemia (dovuta alla sistematica distruzione dei globuli rossi) e una serie di gravi conseguenze che possono essere fatali. Questa malattia si chiama anemia falciforme ed è diffusa in tutti i paesi storicamente interessati dalla malaria (inclusa l’Italia).

La malaria è un perfetto esempio di evoluzione e selezione.
Il caso ha introdotto un difetto potenzialmente letale (la mutazione nell’emoglobina) che è stato conservato e propagato solo perché utile a combattere una infezione ancora più letale (la malaria) - questa mutazione è così vantaggiosa da essere stata “inventata” in maniera indipendente in cinque posti e momenti diversi.
Nei paesi nei quali la malaria è ancora un problema e non ci sono cure adeguate, avere la mutazione è tuttora un vantaggio.
Nei paesi come l’Italia, nei quali la malaria non c’è più, la mutazione “falciforme” è ormai solo un difetto genetico ed è probabilmente destinata a scomparire.

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